Storie di viaggi e migrazioni

Oggi ho conosciuto una bella signora rumena. Abbiamo pochi anni di differenza, forse 4 o 5. Ma questa signora ha già alle spalle una storia complicata e tante scelte di vita che la fanno sembrare di una generazione più vecchia di me. Ma lo sguardo ti trasmette tutta la sua sofferenza e tutta la sua voglia di farcela.

Mi ha parlato di un divorzio, delle botte, dell’amante del marito e della figlia che “ora lavora in banca e si è sistemata” grazie al suo lavoro qui. Nei campi, in fabbrica, in casa. Più volte le ho chiesto se e quando tornerà in Romania e, altrettante volte, mi ha risposto che deve pensare al futuro di sua figlia.

Ho notato che, quando una persona è lontana da casa, non appena qualcuno le chiede qualcosa sulla sua città, inizia a raccontare minuziosamente dettagli e aneddoti. Come se fosse li a guardarli, o come se ogni giorno ripercorresse quelle strade e quei ricordi per paura di perderli, di dimenticare.

Credo che l’identità di una persona sia radicata nella terra e ammiro profondamente chi decide di recidere le radici e prendere il volo. Perché puoi tornare, ripiantarti nella tua terra, ma quelle radici sono e saranno sempre tagliate, ferite. E questa mamma, a cui sorride lo sguardo ripensando alla figlia, ai fratelli e ai genitori lontani, mi è entrata nel cuore. Solo una mamma può mettere da parte la propria vita per una figlia.

brown flowers under cloudy weather
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Hai un solo modo per cambiare un fidanzato violento. Cambiare fidanzato.

L’8 marzo il quotidiano l’Unità ha lanciato, in occasione della festa della donna, una campagna contro le violenze sulla donna.

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I sette soggetti dei manifesti si rivolgono alle vittime e, con un linguaggio sereno e divertente, le invitano a reagire nei confronti degli uomini che, troppo spesso, commettono violenze.

Ecco i sette claim.
– Se il tuo sogno d’amore finisce a botte, svegliati!
– Gli schiaffi sono schiaffi, scambiarli per amore può farti molto male.
– Non sposare un uomo violento. I bambini imparano in fretta.
– Un compagno violento non ti accompagna nella vita. Al massimo all’ospedale.
– Hai un solo modo per cambiare un fidanzato violento. Cambiare fidanzato.
– Un violento non merita il tuo amore. Merita una denuncia.
– Sai già che picchia. Quando picchia alla porta non aprire.

Dalle pagine dell’Unità Concita DeGregorio spiega che tutto è nato una sera a cena. Linda Laura Sabbatini, dell’Istat, ha illustrato lo stato dell’arte nel nostro paese in fatto di violenza. «In questa campagna contro la violenza sulle donne non troverete donne che si lamentano, che protestano, che si ribellano, ma donne che scelgono e scegliere è un’azione libera. Questa è la novità», spiega la Bocchetti, saggista, «Niente volti tumefatti, madonne con il sorriso sulle labbra che dicono semplicemente «no» agli uomini violenti: è qui il cambio di prospettiva.


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I dolci dei detenuti allo stadio

Domenica scorsa, dopo la partita Bologna-Sampdoria, sono state vendute le uova al cioccolato realizzate nel carcere di Busto Arsizio. Al progetto, che si chiama “Dolce e Libertà”, hanno aderito 48 detenuti che hanno partecipato al corso di pasticceria e produzione di dolci al cioccolato.

Nella cucina del carcere è stato allestito un laboratorio professionale . Dopo il successo di domenica, i dolci prodotti nel carcere di Busto Arsizio saranno venduti dopo tutte le partite del Bologna e il ricavato devoluto in beneficenza.

Per informazioni: CITY – Bologna

Bevi vodka e campa cent’anni (o più?)

Antisa Khvichava vive in un piccolo villaggio in Georig e a luglio spegnerà 130 candeline. La commissione dei Guiness dei Primati sta vagliando i suoi documenti che, se ritenuti validi, le permetteranno di reclamare di diritto il titolo di “donna più anziana del mondo” attualmente detenuto da uan giovane giapponese di 114 anni.
Alle numerose persone che si chiedono il segreto di tanta longevità risponde: “Passo il tempo sorseggiando vodka e giocando a backgammon”

Facebook e il giornalismo d’inchiesta

Facebook e l’informazione sono sempre più legati:  giornalisti che utilizzano la piattaforma sociale per il loro lavoro,gli utenti di facebook che “postano” e commentano notizie di cronaca. Ma non solo. C’è posto anche per il giornalismo d’inchiesta, che per molti era già defunto da un pezzo. Jon Swartz, giornalista di Usa Today, ha inventato nuova forma di “giornalismo misto” che unisce le vecchie regole della professione con il citizen journalism. Swartz lancia alcuni temi sulla sua pagina Facebook, raccoglie informazioni e discute con gli utenti, poi scrive l’articolo citandoli.

Niente di strano se i responsabili di Facebook hanno come mission “aiutare le persone a condividere sul web ogni cosa, ovunque, in ogni momento, e portare le notizie nel mondo”. Certo, i tempi sono cambiati: “portare le notizie nel mondo” era alla base dell’Associated Press, fondata nel 1846 a New York.

Per informazioni: Corriere.it

Svolta in Arabia Saudita: le donne avvocato potranno esercitare in tribunale

Il ministro della giustizia Mohammed al Issa ha dichiarato che il dipartimento di riferimento avrebbe allo studio una normativa che consentirebbe alle “avvocatesse” dell’Arabia Saudita – che attualmente possono esercitare la loro attività esclusivamente in alcuni servizi giudiziari riservati alle donne – di occuparsi di particolari cause legate al diritto di famiglia. Stiamo parlando di un paese conservatore come l’Arabia saudita che applica la sharia con una netta separazione tra uomini e donne!
Nello specifico alle avvocatesse potrebbe essere riservata la rappresentanza di ambito limitato di cause: divorzi, affidamento dei figli o pensioni.

Anche se le donne avvocato potranno intervenire in tribunale solo per questi ambiti, la notizia è clamorosa poiché per la prima volta il debutto delle donne nei Tribunali dell’Arabia Saudita, paese dove tutti i giudici sono rigorosamente uomini.

Per maggiori informazioni: www.ilSole24ore.com

Fabrizio De André si è fermato alla Magliana.

Sono passati più di dieci anni dalla morte di Faber.Il municipio XV di Roma, che gli ha già dedicato una piazza e un premio, ha indetto un concorso per la realizzazione di murales ispirati alle sue canzoni.

Il muro, che circonda un’area giorchi per bambini, è diventato così un coloratissimo intermezzo tra i palazzi.  I brani ispiratori sono Geordie, La città vecchia, Volta la carta, Bocca di Rosa, Il suonatore Jones, Le acciughe fanno il pallone.

Un’ottima opportunità per evitare il degrado e sfruttare la creatività di giovani romani (Alessandra Carloni, Stefania Eucalipti, Maria Chiara Orsini, Francesco D´Alessandro, Alessandro Morino).

Guarda la gallery di Repubblica.it

Cosa accadrebbe se 4 milioni di immigrati incrociassero le braccia per un giorno? La risposta dello scrittore Giuseppe Culicchia

«Ieri mattina, saranno state le sette, ho deciso di comprarmi un fucile per sparare ai negri. Ma prima avevo voglia di una spremuta d’arancia. Suina o no, la vitamina C non è mai troppa. Solo che in cucina le arance erano finite. «Peru!», ho chiamato. Zero. Ho cercato la domestica peruviana dappertutto, anche nel sottoscala dove la teniamo. Niente. Mi sono chiesto: che Paola le abbia dato un altro giorno di libertà, dopo quello dello scorso anno? Ma mia moglie dormiva. Non volevo disturbarla. Allora ho deciso di far colazione al caffè. Tanto, mi sono detto, devo andare a comprarmi il fucile. E poi il mercato è dietro l’angolo, prendo pure le arance. Così sono sceso.
Al caffè però mi han detto che le arance erano finite. Vabbé, ho risposto, grazie. Fuori del locale non c’era la solita zingara. A forza di elemosine dovrà ancora tornare dalla settimana bianca, ho pensato. Tutti ricchi sfondati, ‘sti zingari. Ma ora che mi compro il fucile, mi sono detto, forse posso sparare anche a loro. O si può sparare solo ai negri? Devo informarmi. Quando sono sbucato nella piazza del mercato, ho puntato dritto verso il banco dove si serve mia moglie. Poi però mi sono bloccato. Strano. Il banco non c’era. E neppure il mercato. Tranne per alcune donne che vi si aggiravano perplesse, la piazza era vuota, come fosse domenica. Eppure era martedì. Ho raggiunto l’edicolante. Scusi, ho buttato lì, ma il mercato? Lui si è stretto nelle spalle: che cosa vuole, in questo paese non funziona più niente, pensi che sto ancora aspettando i giornali. Ho guardato meglio l’edicola. In effetti mancavano i quotidiani. Se li starà leggendo il corriere, ho provato a scherzare. E lui: no, il corriere che me li porta è rumeno, preferisce quelli romeni.
Intanto non mi ero ancora tolto la voglia di spremuta. L’unico bar nei paraggi era quello dove non entro mai perché pullula di marocchini, gli stessi che montano i banchi del mercato. Tra l’altro, ho pensato, chissà se si può sparargli anche se non sono negri. Devo informarmi. Sia come sia, per una volta il bar era deserto. Sono entrato. Il barista si girava i pollici. Gli ho chiesto una spremuta d’arance. E lui: le arance sono finite. A quel punto, mi sono rassegnato. Stavo per andare dritto in armeria, quando mi è partito il cellulare. Mia moglie. E la peru?, mi ha chiesto. Volevo domandarlo a te, ho risposto; le hai mica dato un altro giorno di libertà? Macché, ha esclamato lei: ora guardo che non manchi niente in casa. Mancano le arance, volevo dirle, ma lei ha chiuso.
Non ho fatto in tempo a riporre il cellulare che quello è ripartito. Mia madre. Ho sospirato. Rispondo o fingo di non aver sentito? Massì. Olga non si trova più, mi ha ruggito lei nell’orecchio. Ho esitato. Olga? Vuoi dire…la tua nuova badante russa? E lei: chi, se no? Mamma, le ho ricordato, negli ultimi sei mesi ne hai cambiate dodici. Oggi, ha tagliato corto lei, doveva portarmi al ristorante. Trovamene subito un’altra, o mi ci porti tu, così ti ricordi che esisto: e prenota un tavolo, io ora guardo che non mi manchi niente in casa. Ha chiuso anche lei. Per evitare rogne, ho subito chiamato il suo ristorante preferito. Mi spiace, signore, mi ha risposto il direttore di sala, ma oggi siamo chiusi. E’ cambiato il turno di riposo settimanale?, ho indagato. No, è che cuochi e sguatteri africani se ne sono andati. E dove?, ho chiesto. Andati, spariti, puff, si è congedato lui.
Mentre riflettevo sul da farsi, mi è venuta fame. Per fortuna, lì accanto c’era una rivendita di pane. Ci sono entrato. Oggi niente pane, mi ha preceduto la proprietaria. Ma come, l’ha già finito?, le ho chiesto. Non me l’hanno consegnato, è sbottata lei, stanotte i panificatori arabi non si sono presentati. Ho girato i tacchi. Alla fine, ho raggiunto l’armeria. Ma il proprietario, anziché aprirla, la stava chiudendo. Quando mi ha visto un po’ interdetto, mi ha chiesto: desidera? Un fucile per sparare ai negri, ho risposto. Lui mi ha indicato le vetrine vuote. Capisco, ho sorriso, quando arrivano quelli nuovi? Lui ha scosso il capo. Vede, mi ha spiegato, il fatto è che stanotte i negri se ne sono andati tutti, e di conseguenza le fabbriche di fucili han chiuso; senza contare che mancando i negri sparare ai negri diventa un’utopia. Be’, ho borbottato, senza negri diventa un’utopia anche bersi una spremuta. Però, ho aggiunto, devo informarmi: forse si può sparare a zingari, romeni, marocchini. Non l’ha saputo?, mi ha risposto lui, sono spariti anche loro. Peccato, ho detto io. Peccato, ha detto lui. Bei tempi, quelli in cui si poteva sparare ai negri, ho sospirato io. Bei tempi, ha sospirato lui. Ma, gli ho chiesto io, torneranno? Lui ha allargato le braccia: e chi lo sa? Spariamo! Cioè, speriamo!
Con un certo rammarico, mi sono avviato verso casa. E allora ho avuto un bruttissimo presentimento. Col cellulare ho chiamato Pantera, il mio trans preferito. Ma il numero risultava inesistente. Oh, no, ho mormorato. Allora ho provato a chiamare Alì, il mio pusher di fiducia. Ma non era raggiungibile. Solo in quell’istante ho capito il senso di una frase letta su un muro alcuni anni fa: IMMIGRATI, VI PREGO, NON LASCIATEMI SOLO CON GLI ITALIANI».

(Giuseppe Culicchia, su La Stampa del 14 gennaio 2010)

Tratto dal sito Primo Marzo 2010 Sciopero degli stranieri

Hiv, la bocconiana sieropositiva «Mia madre non sa, mi curo in segreto»

Il caso che scuote Milano. «Attenti, potrei essere la figlia di chiunque di voi»

MILANO – «Ho 21 anni e sono sieropositiva».Lo sguardo è fisso su una tazzina di caffè che rigira tra le mani in un bar di via San Marco, nel centro di Milano: piange, ma non vuole stare più zitta lei, coraggiosa studentessa milanese al secondo anno dell’Università Bocconi, una storia d’amore (e di fedeltà) durata quattro anni con un uomo di dieci in più, la scoperta di essere ammalata di Hiv dopo aver fatto il test a 18 anni spinta dal desiderio di donare il sangue. I genitori non immaginano nulla e probabilmente mai sapranno, all’ultimo fidanzato l’ha confessato una settimana dopo il primo bacio: «Lui è rimasto, al contrario di altri che comprensibilmente sono scappati». Corriere della Sera.

Il Giornalista Rai che cerca una sorella segreta

A “Chi l’ha visto” la commovente storia di Stefano Campagna, conduttore del Tg1 alla ricerca della figlia di sua madre abbandonata subito dopo il parto avvenuto a Roma, il 27 febbraio 1953.

Magari guarda il Tg1 e non sa che io sono suo fratello“. Stefano Campagna inizia a raccontare una storia che non conosceva fino a poco tempo fa. “Il giorno di Ferragosto vado a pranzo da mia zia che mi consegna questa cartolina…qui c’è il mio segreto di famiglia”. La madre del giornalista, poco prima di morire, aveva consegnato questo documento alla sorella e le aveva raccontato questo doloroso segreto che condivideva con un’altra sorella. All’età di 29 anni, nel 1953 era rimasta incinta a seguito di una violenza, aveva portato a termine la gravidanza in segreto e aveva dato alla luce Gabriella in una clinica nel quartiere San Giovanni. Dopo la nascita consegna la bambina al medico che l’aveva seguita e che se ne va su una macchina di lusso insieme ad altre persone. È il 27 febbraio del 1953 e da quel momento nessuna delle sorelle saprà più dov’è Gabriella.