L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro di mio padre.

Il primo maggio, che è appena passato, lo dedico a mio padre che non ha mai smesso di lavorare anche durante questa emergenza, come anche mia sorella e io. Perché siamo cresciute con l’idea che il lavoro non è un diritto acquisito ma un dovere fatto di sacrificio e dedizione. Il lavoro è il nostro contributo al progresso e alla società.

Ora, mentre noi figlie abbiamo potuto sfruttare la tecnologia per lavorare da casa, nostro padre no. Dal primo giorno di lockdown abbiamo cercato di dissuaderlo, ormai quasi settantenne, dal tornare in mezzo alle persone. Ma, con il suo modo sempre disarmante di guardare il lato più vero delle cose, ci ha detto “Che facciamo? Fermiamo il mondo?”. Ed era terrorizzato. Ed è ancora terrorizzato. Certo, qualcuno potrebbe dire, ha potuto lavorare perché nei vari decreti non c’era un divieto per il suo codice Ateco. Certo. Ma sono sicura che, anche se fosse stato costretto, avrebbe trovato il modo di lavorare. Forse reinventandosi, forse cambiando modalità. Perché se ti sei sempre tirato su e la maniche e hai abbassato la testa per lavorare, lo fai sempre. E se ti sei reinventato tante volte, trovi il coraggio di farlo di nuovo.

Ecco, ho sentito la necessità di ringraziarlo in questa giornata post festa del lavoro, soprattutto perché vedo tanta gente che si lamenta dal proprio divano. Persone che hanno lavorato poco nella vita e hanno sempre chiesto tanto. Allo Stato in primis: disoccupazione, indennità, cassa integrazione… Badate bene, non sto denigrando gli ammortizzatori sociali! Sia perché sono e rimarrò sempre una donna di sinistra, sia perché li ho vissuti sulla mia pelle lavorando da manager in un’azienda in ristrutturazione, poi acquisita e infine liquidata. So quanto siano fondamentali per una famiglia che si ritrova dall’oggi al domani senza uno stipendio.
Però mi chiedo anche: quanto è giusto passare sempre dalla cassa dello Stato? Se tu azienda non hai la possibilità di “ammortizzare” 60 giorni di stop non puoi dare la colpa al Covid19. Se i tuoi piani erano tarati sull’arrivare a fine mese, sei una massaia, non un imprenditore. Se tu famiglia non sopravvivi con due mesi di pausa e scrivi ogni giorno che vuoi il tuo bonus e la tua cassa integrazione, beh, o non hai mai avuto a che fare con l’INPS, o hai fatto male i conti dell’estetista. Perché parliamo anche di questo: la dignità del povero supera le vostre quattro chiacchiere da social. Chi davvero non può arrivare a fine mese cerca una soluzione, non si lamenta su Facebook.

O dei finti invalidi o dei congedi parentali ne vogliamo parlare? E qui entra in ballo anche mio marito che, come tutti gli altri della famiglia, non ha mai smesso di lavorare. Eppure con due bimbe piccole poteva chiedere il famigerato congedo parentale. E invece no, non gli è sembrato corretto nei confronti dei colleghi e dell’azienda e ha continuato a timbrare il suo cartellino tra mille paure e angosce. Eppure, anche qui, c’è chi ha sfruttato la situazione per farsi due settimane di vacanza a casa.

Sapete quello che penso? Che mentre voi vi riempite la pancia di pane fatto in casa e vi divertite a fare fitness online, c’è un mondo di lavoratori che non ha mai mollato. Che ha lavorato in modo diverso o che ha usato questo tempo per studiare, creare relazioni, porre le basi per ripartire. E mi dispiace, se siete tra quelli che ha dormito in questi 2 mesi, avete perso una delle sfide più grandi della vostra vita.

Ma d’altro canto spero anche che questo Stato inizi davvero a premiare chi non molla mai e non sempre chi si lamenta. Ecco, questa sarebbe davvero la cura per l’Italia del futuro: non elargite bonus per non fare nulla, premiate che ha risposto “si!” alla vostra richiesta di aiuto. Sarebbe la prima grande prova di meritocrazia di un Paese che deve rinascere partendo da qui.

Storie di viaggi e migrazioni

Oggi ho conosciuto una bella signora rumena. Abbiamo pochi anni di differenza, forse 4 o 5. Ma questa signora ha già alle spalle una storia complicata e tante scelte di vita che la fanno sembrare di una generazione più vecchia di me. Ma lo sguardo ti trasmette tutta la sua sofferenza e tutta la sua voglia di farcela.

Mi ha parlato di un divorzio, delle botte, dell’amante del marito e della figlia che “ora lavora in banca e si è sistemata” grazie al suo lavoro qui. Nei campi, in fabbrica, in casa. Più volte le ho chiesto se e quando tornerà in Romania e, altrettante volte, mi ha risposto che deve pensare al futuro di sua figlia.

Ho notato che, quando una persona è lontana da casa, non appena qualcuno le chiede qualcosa sulla sua città, inizia a raccontare minuziosamente dettagli e aneddoti. Come se fosse li a guardarli, o come se ogni giorno ripercorresse quelle strade e quei ricordi per paura di perderli, di dimenticare.

Credo che l’identità di una persona sia radicata nella terra e ammiro profondamente chi decide di recidere le radici e prendere il volo. Perché puoi tornare, ripiantarti nella tua terra, ma quelle radici sono e saranno sempre tagliate, ferite. E questa mamma, a cui sorride lo sguardo ripensando alla figlia, ai fratelli e ai genitori lontani, mi è entrata nel cuore. Solo una mamma può mettere da parte la propria vita per una figlia.

brown flowers under cloudy weather
Photo by Radu Andrei Razvan on Pexels.com

Dopo la lezione, qualche riflessione!

Un grazie ai partecipanti del Master organizzato da ActiveLab che hanno speso un sabato ai approfondire tematiche relative all’e-commerce e al web marketing. La parentesi sui Social Network in realtà è diventato un excursus sulla loro applicazione nel mercato b2b.
Ho deciso di elaborare due o tre post dedicati ai temi che sono emersi e che, per motivi di tempo, non sono stati oggetto della lezione di sabato.

Stay Tuned!
SARA

Per maggiori informazioni sui prossimi Master: www.activelab.it

Ho affrontato un tema a cui tengo molto via Facebook. Lo riporto qui visto che, se parliamo di Comunicazione mi sento chiamata in causa per laurea e soprattutto per un decennio di onorata carriera…(oh my God sono anziana)! 😉

Al di là di quello che si possa scrivere in un articolo online in un sito di cucina e lifestyle (ndr Dissapore.com) … la Pubblicità è l’arte di persuadere e per farlo utilizza psicologia e semiotica. Una sagoma e un calice vi hanno ricordato altro? Un’allegoria per immagini perfettamente riuscita: il significante vince sul significato e suscita un’emozione. Se poi l’oggetto della Comunicazione è sensuale (e non erotico o violento) siamo solo nel campo della seduzione e i prodotti, per essere acquistati, devono sedurre (prima legge del marketing).

Infine, un mio giudizio personale da donna: la parità o l’emancipazione non credo sia nell’annullamento degli stereotipi, ma nell’esaltazione delle differenze.

 

Il Marketing secondo Riley

Perché alle bambine dovrebbero piacere solo le Principesse e il rosa? Perché non possono farsi regalare un bel supereroe?
Lo chiede la piccola Riley ai marketer, agli scienziati del mercato che però ne sanno molto meno di lei.

La signorina battagliera e stizzita ha raggiunto oltre tre milioni di visualizzatori. Facciamola crescere e ci riserverà delle belle sorprese!

Fashion marketing: a Ninja fail!

Premessa: ho partecipato ad un corso Ninja Acadmy qualche anno fa e ne sono rimasta entusiasta.
Antefatto: mi arriva un’e-mail che sponsorizza il corso in Social Media & Fashion Marketing, organizzata proprio da loro e penso “ottimo!”
Fatto: leggo che i relatori sono tutti e solo blogger/giornalisti o consulenti!?! Eh no…il marketing non lo fanno i blogger! Il marketing lo fanno i marketer nelle aziende! Il corso non mi interessa.

Ecco come mi sono stizzita. In realtà è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Perché? Beh, perché troppo spesso consulenti, espertoni e ostentatori dell’universo social e dei nuovi media non hanno mai avuto a che fare con una realtà aziendale, con le problematiche della gestione della crisi e dei feedback, con l’integrazione delle analisi di reputation a quelle di vendita.
Il ruolo del consulente è ovviamente quello di vendere un po’ di fumo e di esaltare le novità. Ma allo stato attuale dell’arte, basta! Ora che l’iPad è la prima cosa che accendiamo la mattina e su Facebook è scritta tutta la nostra vita dico che il tema Social Network deve avere la sua dignità organizzativa e aziendale e divenire non solo un esperimento e un test, ma una necessità per le aziende. Solo quando si avrà questa percezione e le aziende si struttureranno con business unit dedicate… ne riparleremo!

Per saperne di più:
formazione.ninjamarketing.it

Una rivista che non funziona… come un IPad!

A qualche giorno dalla morte di Steve Jobs e con un IPad nuovo di zecca tra le mani, mi sono imbattuta in questo video. Estraniante. Ma simpatico ed intelligente.
La storia è semplice: una bambina utilizza un Ipad e una rivista cartacea allo stesso modo, ma con risultati ovviamente differenti. Il video, in qualche modo, risponde alle domande che tutti ci facciamo sul progresso tecnologico, sul dove andremo a finire e su come interagiranno le nuove generazioni abituate sin da subito a touch screen e tablet.

Dunque, è nata prima la rivisa o il tablet? Per i nativi digitali non ci sono dubbi. E nemmeno per Paul Watlavick: “il medium è il messaggio”!

Fronteggiare gli Italiani di frontiera

Sono sull’autobus che dall’aeroporto Marconi di Bologna mi porterà in centro e che sta attaversando una nebbia fittissima. E il paragone è quasi scontato: l’economia italiana sta vivendo un periodo di miopia tale che costringe i talenti a prendere un aereo e sorvolare questa nebbia e la cecità del sistema Paese.
Quello che si è appena concluso è stato l’evento Fiordirisorse dedicato proprio agli italiani di frontiera, a quelli che, anche molti prima della Silicon Valley,decisero di giocare la carta della migrazione per dare voce ad un’idea. La loro idea.
Roberto Bonzio (bravissimo a tenere tutti a bocca aperta per 90 minuti!) ha citato nomi, frasi, concetti con un ritmo tale che è stato impossibile prendere una sola riga di appunti. Mi dispiace ma sono convinta che l’obiettivo era ben più ambizioso di una lezione di storia!
Bonzio ci ha mostrato e documentato che gli italiani sono bravi e parecchio. Ma non in Italia, purtoppo.
Per tanti motivi: perché siamo pigri e perché non mangiamo sushi solo “perché la pastasciutta è meglio” o forse perché, come afferma uno dei partecipanti, l’Italia è un paese per vecchi in cui migliori sono solo i più bravi a ripetere non a creare.
“Se i fondatori di Google fossero stati di Bologna” continua Formica “i genitori non avrebbero finanziato la loro idea ma avrebbero comprato un appartamento con quei 200.000 dollari e se fossero andati da un professore universitario avrebbero scritto un libro su Google e magari aperto una società di consulenti”.
Ora torno a casa ma non la malinconia che lascia questi discorsi. In fondo se Osvaldo Danzi e gli altri di Fiordirisorse riescono ad organizzare eventi così interessanti e partecipati è perché (voglio crederci!) abbiamo tutti voglia di essere protagonisti attivi e ti tenerci i cervelli qui. Tra la nebbia e i tortellini.